venerdì 2 dicembre 2016

VENTI DI GUERRA E SOVRANITÁ PERDUTA - (Adriano Tilgher)





















Adriano Tilgher
Venti di guerra e sovranità perduta.
L’Italia vive un momento drammatico della sua storia: la nostra è una nazione in via di estinzione.
Nessun riferimento certo, nessuna prospettiva seria, nessun progetto vero per il rilancio di una nazione inebetita e disorientata e sulla nostra testa si giocano potenti e drammatiche partite criminali.
Da una parte le nostre energie più fresche e le nostre risorse più preparate emigrano in cerca di fortuna e del riconoscimento delle proprie capacità e dei propri meriti, dall’altra una turpe masnada di criminali senza scrupoli si arricchiscono con il traffico di esseri umani con la scusa di un’accoglienza pelosa e di un buonismo d’accatto.
Intanto gli imbonitori di turno che hanno costruito il ribrezzo nei confronti della figura del politico che, al contrario, dovrebbe essere l’unica via di salvezza per una nazione alla deriva, dividono il popolo italiano in giochi contrapposti su obiettivi depistanti e che aggravano la nostra dipendenza dai potentati finanziari apolidi e multinazionali.
Infatti ora ci propongono un referendum di riforma costituzionale che elimina alcune prerogative di controllo popolare, limita ulteriormente la nostra sovranità e toglie alcune importanti garanzie e su questa battaglia è iniziata la campagna terroristica come già fu per l’introduzione dell’euro.
Ci dissero che se non avessimo messo la testa nel capestro dell’euro saremmo caduti in un baratro; oggi che abbiamo il cappio al collo siamo anche in un profondo baratro.
Pure in questa circostanza, governo, confindustria, giornali, televisioni, opinionisti assoldati, Napolitano, Obama, Merkel e tutto il peggio degli anti Italiani nel mondo tentano di terrorizzarci sostenendo che se non passa questa riforma l’Italia è a rischio fallimento.
Ci credono veramente assai stupidi! Forse che gli Italiani non hanno capito di essere già a rischio fallimento? Pensano che la Brexit, di cui hanno parlato tanto male, non ci indichi una via percorribile per uscire dal tunnel?
Poi ci parlano quasi casualmente dell’invio di truppe Italiane in Lettonia, al confine russo, per rispetto del patto NATO, di un patto Nato sempre più appecoronato agli interessi strategico-militari degli USA, e ancora una volta ci prendono per stupidi.
Il patto Nato prevede un intervento in difesa delle nazioni aderenti in caso di aggressione da parte di terzi. Inoltre la tanto decantata costituzione italiana prevede l’intervento delle truppe solo per difesa essendo espressamente contraria alla guerra. Chi sta aggredendo la Lettonia? Nessuno. Non è forse il minaccioso tentativo di intimidire una nazione, la Russia, che da sola sta svolgendo una seria campagna di pulizia contro il terrorismo dell’ISIS e delle altre bande terroristiche, finanziate ed armate dall’Arabia Saudita, gli USA ed alcune nazioni dell’Europa cosiddetta occidentale?
Nessuno spiega a fondo i retroscena e la pericolosità di questa sconsiderata azione militare italiana, nessuno ci spiega che è il culmine di un crescendo spaventoso di segnali che ci portano diritti verso un conflitto nucleare. Siamo informati dei missili a testata nucleare che gli USA hanno posto in Polonia? Qualcuno scrive nei dettagli che la Russia ha montato rampe di lancio in zone da cui è facile colpire le capitali europee? Vogliamo continuare a ignorare che la Russia ha denunciato la cessazione dell’accordo per lo smaltimento del plutonio per uso militare attraverso l’utilizzo in centrali nucleari perché, mentre la Russia ha creato tali centrali, gli USA hanno solo accantonato il plutonio senza utilizzarlo nella produzione di energia come previsto nel patto? Inoltre la Russia ha posto un ultimatum per la ripresa dell’accordo che prevede, il rispetto dei termini dell’accordo stesso da parte di tutti, la fine delle sanzioni, il risarcimento del danno causato dalla loro applicazione.
Se a tutto questo aggiungiamo le notizie che vengono dalla Siria dove gli aerei USA hanno bombardato l’esercito regolare siriano uccidendo alcuni consiglieri russi, i Russi hanno risposto bombardando una base di terroristi, cosiddetti buoni, eliminando anche un numero imprecisato di agenti speciali USA, e le dichiarazioni al vetriolo di quella che i potentati internazionali vorrebbero diventasse il nuovo presidente USA, Hillary Clinton, ci rendiamo conto di quale enorme responsabilità simbolica c’è in quei 140 uomini inviati al confine tra Lettonia e Russia.
Ne sono consapevoli quei soldati? Ne è stato informato il popolo italiano? Lo hanno capito i vari Renzi, Alfano,Pinotti, Mogherini…?
E’ ora di finirla,bisogna assolutamente riprendere in mano le redini dell’Italia e salvare il salvabile. Se c’è da lottare, facciamolo, ma solo per tutelare l’interesse dell’Italia e degli Italiani.
Per ora due imperativi categorici: al referendum andiamo a votare e votiamo NO, chiediamo a viva voce il ritiro delle nostre truppe dagli scacchieri di guerra dove non è impegnato l’interesse nazionale.
Adriano Tilgher Roma 23.10.16

...IN ODORE DI BROGLI ELETTORALI









Siamo praticamente arrivati al dunque, per quanto concerne il "referendum" del 4 Dicembre 2016.
Statisticamente parlando, visto che i sondaggi piacciono tantissimo alla partitocrazia italiana, i cittadini sono ormai consapevoli della schiacciante vittoria del "No", ed é quí che sorge il problema.
Come tutti voi sapete, ad appoggiare il "Si", a favore delle Caste, delle italiche lobbie, si sono schierati personaggi e personalitá, e della politica, addirittura leader`s di varie nazioni Europee e d`oltre-oceano, e personaggi conosciutissimi del Mondo dello spettacolo e dello sport in generale.
Nel nostro primo articolo dichiaravamo senza mezzi termini di essere in "odore" di possibilissimi brogli elettorali, e gli accadimenti di questi ultimi giorni, vedi ad esempio le schede non vidimate inviate agli italiani all`estero, ci danno quasi la certezza che il tutto si compierá secondo il volere del "Vero Potere" Sovranazionale e massonico.
In gioco ci sono interessi "Milionari", non escludendo addirittura le privatizzazioni dei settori strategici per eccellenza come ad esempio il comparto energetico e quello delle risorse dell`acqua.
Nonostante le marce pacifiche e dinamiche di molti cittadini italiani, in molteplici piazze d`Italia e i numerosissimi dati che danno per vincente il "No" categorico, la partitocrazia italiana, o meglio, quella parte di partitocrazia italiana che meglio sá servire e riverire il "Vero Potere", da ancora per scontata e certa la vittoria del "Sí" assoggettandola addirittura al "Progresso" inevitabile della Nazione.
Be cari cittadini, costoro, i veri parassiti della nostra societá, sembrano volerci dire tra le righe, che noi popolo italiano possiamo credere di fare ció che vogliamo e che piú ci sembra giusto per il bene e la prosperitá della Patria, ma alla fine il "gioco" lo conducono loro, l`ultima voce in capitolo l`avranno sempre i parassiti, perché agiscono nell`ombra e con mezzi devastanti!
Ovviamente, speriamo con tutto noi stessi di esserci sbagliati, questa volta vogliamo con tutte le nostre forze aver preso un abbaglio, ormai la data é vicina e ci sará la resa dei conti.
Una cosa tra tutte rimane comunque, indipendentemente da quello che sará l`esito referendario, ma nel caso della vittoria "occulta" del "Si", noi tutti, popolo italiano, dobbiamo ritrovare nella maniera piú assoluta e categorica l`unitá politica, indissolubile, granitica, per poter dare finalmente a noi stessi e alle nostre future generazioni una Nazione capace di vivere la politica nel pieno rispetto delle regole e senza che qualcuno debba pensare che chi agisce all`interno delle Istituzioni dello Stato, lo stia facendo per subdolo interesse personale e non generale.

martedì 29 novembre 2016

Robot al posto dell’uomo. Tra dramma e speranza,.








Robot al posto dell’uomo. Tra dramma e speranza,.

La notizia non è nuova, e purtroppo non conquista le prime pagine dei giornali: i robot, tra meno di cinque anni, costeranno meno di un lavoratore “umano”. Secondo uno studio molto attendibile, un robot costa oggi mediamente ad un’impresa tra i 18 e i 20 euro orari, contro i 15 di un operatore in carne ed ossa, ma già entro il 2020 il costo per unità dei robot applicati alla logistica  sarà di 100.000 euro, il che, rapportato ad ore di lavoro, corrisponde ad un costo di soli 10 euro, contro  i 19 dell’uomo.  Il mercato dell’automazione, dunque, subirà un ulteriore balzo, oltre al già ragguardevole + 27% realizzato dal 2014. La previsione, per l’Europa, è di un mercato da 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con l’ovvia irruzione del capitale di rischio nell’avventura robotica e cibernetica. Crescono anche i presidi chirurgici robotici, mentre in Cina la Foxconn, il gigante che produce gli i-phone, ha già acquistato un milione di robot, che affiancano un analogo numero di operai, e stanno iniziando a sostituirli. La previsione iniziale è la perdita di un milione e mezzo di impieghi in Europa nella sola logistica, ma il problema strutturale è che il lavoro umano verrà reso obsoleto come tale , senza alternative. La velocità e l’ampiezza del fenomeno è, e più ancora sarà senza precedenti storici. Alcuni ipotizzano che oltre il 40 per cento dei lavori attualmente esistenti negli Usa corra un alto rischio di sostituzione robotica, mentre per un altro 20 % il rischio sarebbe medio.  Al di là della precisione predittiva dei cosiddetti esperti, tuttavia, il fatto è immenso, e necessita di essere analizzato nelle sue ricadute sociali, economiche, territoriali, antropologiche, addirittura esistenziali, al fine di predisporre dei paracadute , organizzare contromisure, riorientare la vita degli uomini. Questo, infine, è politica. Il resto è aritmetica, o, al più, amministrazione. Secondo la teoria classica, il lavoro è (era) uno dei tre fattori fondamentali della produzione, con il capitale e la terra, dunque una fonte di ricchezza. Successivamente , si è trasformato in costo, componente del conto economico e non dello stato patrimoniale. Dunque, qualcosa che va ridotto, limitato , risparmiato. Da oggi, siamo oltre: se ne può fare a meno. Il primo pensatore a prendere atto della nuova realtà è stato probabilmente Jeremy Rifkin, con il suo “La fine del lavoro”, che è del 1995, pur se già Joseph Schumpeter aveva osservato come il fenomeno della mancanza di lavoro fosse un prodotto dell’industrializzazione, e quindi, della progressiva tecnologizzazione degli apparati produttivi.  La disoccupazione è un fenomeno moderno, eccetto che per situazioni determinate da catastrofi naturali  o epidemie nelle epoche preindustriali. Un economista come Larry Summers ha tentato di disegnare lo sfondo di un’ estesa e persistente disoccupazione  da tecnologia in uno scenario di stagnazione secolare, ma l’analisi economica, per quanto seria e bene intenzionata, non è sufficiente . Rifkin, che nella Fine del lavoro fu il primo ad esaminare i risvolti del problema da un punto di vista interdisciplinare, nel suo recente “La società a costo marginale zero” fornisce un interessante arsenale di concetti, oltreché una messe di dati interessanti. Innanzitutto, dimostra che l’innovazione tecnologica  ha bruciato molti più posti di lavoro della delocalizzazione degli impianti. Poi certifica un altro dato : nel periodo preso in esame, otto anni all’inizio del millennio, l’industria mondiale ha 22 milioni di addetti in meno, ma ha aumentato la produttività del 30 per cento. Il dato comprende anche la Cina, il cui boom manifatturiero è stato largamente potenziato dall’informatica e dalla robotica.  Negli USA, in cui la produzione industriale è in ripresa, non lo è affatto l’occupazione. Ma il lavoro è stato sempre considerato dall’economia politica ( pensiamo a Friedrich List) come un capitale sociale , dunque una società senza lavoro è un mondo in perdita. La distruzione accelerata di professionalità, conoscenze, cultura materiale e tecnica è un esito drammatico, che va evitato ad ogni costo. E’ proprio Rifkin ha fornire una prima chiave di lettura, insistendo sulla necessità di accumulare nuovo capitale sociale sotto forma di formazione  e di autoproduzione. In questo sembra di riconoscere il lato più convincente di talune tesi “decresciste”, come quelle del professor Pallante ( distinzione tra beni e merci, recupero e riuso , capacità di autoprodurre ). Tuttavia, è senz’altro da respingere il suo ottimismo circa il carattere liberatorio della fine, o della rarefazione del lavoro. L’economia di mercato, infatti, fattasi società di mercato e creatrice di diritto positivo e coercitivo, non ha alcuna intenzione di dividere i suoi profitti con alcuno, tantomeno di organizzare una vita sociale che tenga conto delle nuove condizioni della merce-lavoro, anzi della merce-uomo. Del resto, se le innovazioni tecnologiche saranno in grado, come sembra certo, di sostituire l’obsoleto, poco produttivo e recalcitrante fattore umano non solo nella manifattura, ma anche nei servizi avanzati e persino in quelli alla persona, nonché nell’industria culturale e dell’intrattenimento, il vero problema dei detentori delle macchine e dei proprietari dei nuovi know-how sarà quello di trovare sbocchi di mercato in parti del pianeta dove esista ancora il lavoro pagato , i cui redditi possano alimentare il consumo. Sono davvero lontani i tempi di Henry Ford e della politica degli alti salari, volti alla generalizzazione dei consumi, tanto più in un momento storico in cui la stessa industria automobilistica, storico simbolo di innovazione quanto di occupazione , sta lavorando alla realizzazione dell’auto senza conduttore. Il progetto relativo è condiviso da Fiat Chrysler, dal colosso multinazionale del “car sharing” Uber ( in orbita saudita), criptica espressione che significa taxi “alternativi”, e, cosa assai significativa , dal gigante del commercio elettronico Amazon e da Google.  Siamo dunque entrati in uno di quelle fasi della vita economica che si definiscono tornanti della storia, e, se aveva ragione Einstein ad affermare che occorre un nuovo modo di pensare per risolvere problemi nuovi, deve mutare il paradigma corrente. Tornare ai principi, tornare alla persona, restituire al mercato il suo ruolo di strumento al servizio dell’uomo. Sarà durissima, ma non esistono scorciatoie. In un mondo dove milioni di esseri umani saranno sostituiti nelle loro funzioni da apparati informatici, la strada obbligata è il recupero dello spazio pubblico e comunitario, anche nella sua aspetto di potere. C’è bisogno dello Stato, con le sue articolazioni, e va ridisegnato anche il principio di sussidiarietà, in senso verticale, poiché è lo Stato stesso che deve riassumere iniziative in campo economico, a tutela della coesione sociale e della sua stessa permanenza come istituzione. La quarta rivoluzione industriale, che è in pieno svolgimento, si avvia a liquidare il lavoro salariato nelle industrie e nei servizi, oltre al lavoro professionale in molti altri ambiti , anche di elevata qualificazione: si è rotto il legame tra produttività ed occupazione. Debole , ancorché suggestiva, appare la proposta di incrementare i cosiddetti prosumers, ovvero i produttori consumatori che potranno fare da sé, proprio attraverso la generalizzazione delle tecnologie cibernetiche e robotiche , le merci che consumeranno. Tuttavia, applicando le vecchie acquisizioni del marginalismo di Jevons e Marshall, se il costo marginale dei prodotti si avvicinerà allo zero, anche l’impresa tradizionale dovrà cambiare profondamente. Forse reggeranno solo le imprese cooperative, nella più vasta accezione del termine, ed il mercato restringerà il proprio raggio d’azione. Forse, giacché l’economia di mercato ci ha abituato alla sua enorme capacità rigenerativa , mimetica ed adattiva. La speranza ( e probabilmente la necessità) è che nasca un’economia policentrica, condivisa, nel senso della ripresa di iniziativa delle pubbliche istituzioni e di tutti noi, proprietari , difensori e utilizzatori dei beni comuni. Un piccolo esempio è la fiorente economia generata dalla custodia ed utilizzo delle risorse forestali in Val di Fiemme , affidata alle comunità locali che ne traggono benessere economico, gestione attiva del territorio, conservazione e rilancio di attività e conoscenza antiche, rielaborate con tecniche e strumenti contemporanei.  Il lavoro, dunque, torna ad essere ricchezza per l’intera comunità, a patto di considerarlo, finalmente, per quello che è, una risorsa preziosa. Il giornalista economico Giorgio Arfaras ha indicato recentemente, in un articolo su La Stampa, una ulteriore, grande questione, ovvero quella della distruzione non più di impieghi operai, come nelle fasi precedenti dell’economia industriale, ma di innumerevoli  professioni impiegatizie e dei servizi: turismo, credito, assicurazioni, presto anche il settore pubblico. Per parafrasare Karl Polanyi, un nuovo , decisivo capitolo della “Grande Trasformazione”. Arfaras, uomo del liberismo globale, teme “ la soluzione più semplice, quella di erigere muri o tornare al protezionismo”. Non si chiede affatto quale ruolo – o sacrificio- debba essere attribuito ai grandi gruppi economici, prigioniero della bibbia liberale internazionalista di cui è stipendiato corista. Indubbiamente, se duramente colpiti , ceti importanti, oggi schierati con l’universo liberale, potrebbero ritirare il loro appoggio – od acquiescenza – al sistema vigente , ma la domanda è quella accennata all’inizio: chi mai comprerà i prodotti realizzati nell’industria robotizzata ? Il mercatismo terminale, aggrappato al dogma della scarsità monetaria, felice del “dumping” salariale , in brodo di giuggiole per la possibilità di scacciare da fabbriche ed uffici gli umani non più ricollocabili, continuerà a soffocare la domanda aggregata, cioè i consumi , di beni e servizi. Continuerà a segare l’albero su cui prospera alle spalle di miliardi di persone. Vorrà cambiare ? In attesa della risposta, che arriverà comunque in ritardo sui tempi della vita, occorrerà immaginare, e realizzare, forme di redistribuzione della proprietà e del reddito. Ritornano nell’agenda del possibile i principi della partecipazione alla proprietà industriale , nella forma della “public company”, dell’autogestione, dell’impresa cooperativa, della comproprietà, della stessa cogestione, negati i quali si rifaranno avanti forme nuove di collettivismo , rimedio peggiore del male, che già echeggiano nelle tesi di Toni Negri e Michael Hardt  ( Moltitudine) o in alcuni passi dell’economista à la page Thomas Piketty. Viene in mente il distributismo di uno scrittore come Gilbert Chesterton, la stessa dottrina sociale abbandonata dal mondo cattolico in favore del salto nel buio in salsa sudamericana del gesuita Bergoglio, e naturalmente l’ idea socializzatrice dell’ultimo fascismo. Per allargare gli orizzonti, potremmo citare Piotr Stolypin. Il grande ministro ed economista russo ucciso da un estremista ebreo prima della Rivoluzione, ispiratore di Putin, e persino Muhammad Yunus, per l’idea e la struttura organizzativa del microcredito a favore degli aspiranti nuovi proprietari investitori. Comunitarismo, patriottismo sociale, l’automazione come opportunità per trasformare i complessi produttivi in grandi ambiti di comproprietà per persone fisiche, comunità locali, libere associazioni. Condividere, diffondendo al massimo la proprietà, che significa responsabilità, decisione, partecipazione alla “polis”. Naturalmente, non potranno che essere sperimentate forme di reddito sociale o di cittadinanza, e di credito sociale. La premessa, tuttavia, e dovrà essere la grande battaglia da attivare fin da oggi, è quella del ripristino della sovranità economica e monetaria dello Stato. Moneta legale e moneta bancaria devono essere espressione delle comunità nazionali, con il pieno controllo politico del popolo, attraverso il governo e specifici organi di sorveglianza. La moneta è il sangue dell’economia: nessuno può immaginare che il proprio sangue sia controllato da un estraneo, e che questi ne rivendichi, codici alla mano, la proprietà. Le idee in materia sono molte, gli studiosi fuori dal coro stanno diventando numerosi. Il dibattito va aperto e non deve essere svilito da reciproche ostilità, scomuniche o settarismi. I cardini non possono che essere l’emissione monetaria pubblica, la diffusione della proprietà privata ( fondiaria, immobiliare, dei “mezzi di produzione”), la definizione prima  , la difesa poi dei beni comuni e di quelle attività ( energia, credito, sanità, reti informatiche e di comunicazione) il cui controllo deve rimanere pubblico, il ripristino di un mercato aperto nemico dei monopoli, l’istituzione di un ragionevole spazio di assistenza per chi ha più bisogno. Se non ora, quando ?
ROBERTO PECCHIOLI